Altissima povertà: Regole monastiche e forme di vita by Giorgio Agamben

By Giorgio Agamben

Che cos'è una regola, se essa sembra confondersi senza residui con l. a. vita? E che cos'è una vita umana, se in ogni suo gesto, in ogni sua parola, in ogni suo silenzio non può più essere distinta dalla regola? È a queste domande che il nuovo libro di Agamben cerca di dare una risposta attraverso un'appassionata rilettura di quel fenomeno affascinante e sterminato che è il monachesimo occidentale da Pacomio a San Francesco. Se il libro ricostruisce nei particolari l. a. vita dei monaci nella loro ossessiva attenzione alla scansione temporale e alla regola, alle tecniche ascetiche e alla liturgia, los angeles tesi di Agamben è, però, che los angeles vera novità del monachesimo non sta nella confusione fra l. a. vita e los angeles norma, ma nella scoperta di una nuova dimensione, in cui forse according to los angeles prima volta los angeles "vita" come story si afferma nella sua autonomia e l. a. rivendicazione dell'"altissima povertà" e dell'"uso" lancia al diritto una sfida con cui il nostro pace deve ancora fare i conti. "Come pensare una forma-di-vita, cioè una vita umana del tutto sottratta alla presa del diritto e un uso dei corpi e del mondo che non si sostanzi mai in un'appropriazione? Come pensare l. a. vita come ciò di cui non si dà mai proprietà, ma soltanto un uso comune?"

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288). C hi e che qui parla? C he si tratti, come appare piu probabHe, della regola stessa o, come sembra pensare Vogue, del suo autore, in ogni caso la relazione fra oralira e scrictura e qui propriamente inestricabile. Da una parte, la primordialita della scrittura e fuo ri questione, dal mom enta che il testa si rlvolge a un lettore (tibi qui O RALITA E SCRITTURA 97 legis) e, neUe righe successive, si riferisce deitticamente a se stesso come a una scritrura: « Dunque, o udito re che mi ascolti m entre parlo, capisci d o che non Ia mia bocca, rna attraverso questa scrittura (per hanc scripturam) Dio d ice ..

Liano, che e fra i primi a servirsene in senso tecnico, nel De virginibus velandis afferma, con una metafora giuridica, il primato della verita, che nessuna prescrizione puo infirmare (cui nemo praescribere potest), sulla consuetudine. Se Ia verita non puo, come avviene invece per Ia Iegge, essere prescritta o alterata dalla consuerudine, cio e perche, nel caso della fede, Ja verita e Cristo stesso (Christus veritatem se, non consuetudinem, cognominavit- TERTULLIANO r, p. 127). , p. 130). II credo- o, piuttosto, Ia regula fidei-, che vediamo qui nell'atto della sua progressiva elaborazione, non ha ancora assunto la forma dogmatica che ricevera nei concili.

E II. Liturgia e regola j II l I. r. Gli storici e i teologi che hanna Iavorata sulle regale monastiche si riferiscono di solito in modo sammario alla storia semantica del termine regula e si limitano solitamente a registrarne le accezioni all'interno del corpus in questione. Naturalmente tutti sanno (o dovrebbero sapere) che, a partire dal II secolo d. , i Padri fanno spesso uso dei sintagmi regula fidei (cosl Rufino traduce kanon pisteos nel testo di Origene), regula veri- tatis, regula traditionis, regula scripturarum, regula pietatis, e, tutravia, la loro relazione col sinragma regula vitae (o regula vivendi), che s'incontra nel testo delle regale monastiche, non e stata analizzata in modo esaustivo.

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